Una vita da inviato raccontata da Scaccia

Una vita da inviato raccontata da Scaccia a Città Studi

Biella, 16 novembre. Lo storico giornalista del Tg1 Rai, Pino Scaccia, accompagnato dalla prof.ssa e scrittrice Anna Raviglione, con cui ha pubblicato alcuni libri, il 14 novembre scorso a Città Studi, ha incontrato informalmente alcuni insegnanti e allievi, ai quali ha raccontato, anche con un po’ di emozione, la sua “vita da inviato”.

Scaccia ha parlato della sua vita, anche privata, di come è cambiato il giornalismo negli anni, di cosa vuol dire essere un cronista, di come è riuscito a conciliare la sua vita frenetica, passando da un capo all’altro del mondo, anche nella stessa giornata e magari con la famiglia.

La sua testimonianza ha fatto ripercorrere al pubblico i più importanti avvenimenti degli ultimi trent’anni; i giovani presenti, pur non conoscendo per ragioni anagrafiche alcune vicende, sono stati affascinati dai racconti sulla prima guerra del Golfo, sulla disgregazione dell’URSS, sul conflitto serbo-croato e poi ancora sulla crisi in Afghanistan, sulla rivolta in Libia e sul difficile dopoguerra in Iraq.

Scaccia è stato un inviato di guerra, quindi conosce il valore della pace e ha cercato in prima persona di diffonderne il valore. Ha realizzato numerosi reportage in tutto il mondo, emergendo per alcuni “scoop” giornalistici: è stato il primo reporter occidentale a entrare nella centrale di Cernobyl dopo il disastro, a individuare i resti del Che in Bolivia e a mostrare le immagini, fino a quel momento segrete, dell’Area 51 nel deserto del Nevada. Si è occupato inoltre di cronaca nazionale con particolare riferimento a mafia, terrorismo e sequestri di persona oltre a terremoti e calamità naturali.

Scrittore, capo redattore dei servizi speciali del Tg1, ha vinto il premio “Cronista dell’anno” per lo scoop su Farouk Kassam, fatto di cronaca di cui ci ha raccontato aspetti sconosciuti al grande pubblico.

Scaccia è ancora oggi molto attivo sul web, tanto che, se qualcuno cerca di oscurare una pagina del suo blog, la ripristina per altre vie. Ha pubblicato nove libri e con emozione ha parlato di Armir, sulle tracce dell’esercito perduto, in cui spiega come è riuscito in poco tempo a dare un nome a molte delle vittime italiane della campagna di Russia, da anni credute disperse e sepolte con i corpi di soldati di altre nazionalità.

“Alla luce delle tante fake news si profila una deriva della professione giornalistica”, afferma Scaccia che, per questo, ha ribadito più volte la sacralità della notizia, che deve essere sempre vera. Il giornalista deve “spersonalizzarsi” per essere il più vicino possibile ai fatti e oggi questo suo compito spesso viene meno: alla professionalità e all’etica si sono talvolta sostituite forme di sciacallaggio giornalistico.

Stefano Laurora

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